di Guido Aragona
Nel dicembre 2018, tre anni esatti da quando scrivo queste note, Alberto Lalli mi fece ascoltare una decina di provini musicali che dalla precedente estate andava a realizzare. L’idea era, come tutte le cose semplici, difficile a farsi, anche se lui ci stava riuscendo benissimo: riproporre i canti partigiani, con i ritmi e le sonorità che da sempre ci appassionavano, quelle del rock, reggae, ska, rhythm’n’blues.
Tanti l’hanno fatto, ma a lui stava venendo proprio bene, e inoltre la sua idea non era di costituire un gruppo che faceva alla sua maniera le canzoni partigiane, ma proprio fare scontrare le melodie di quei canti eseguiti tradizionalmente con un coro contro un gruppo rock. Non era solo dunque un fatto puramente musicale: era realizzare, con una brigata musicale, una manipolazione del materiale sonoro che fin da piccoli avevamo immagazzinato, in una riproposta (non una sintesi) che aveva un valore di memoria aperta, non retorica, ma invece viva, contraddittoria.
Benché conoscessi Alberto da molto tempo, non ci avevo mai suonato insieme, se non in occasionali jam session. Lui aveva suonato con quasi tutti i miei compagni di musica, da Paolo Serazzi a Marco Ciari, Vittorio Musso, Slep Franco Sciancalepore, Rob Alferi.

L’organizzazione di Alberto era formidabile. Estremamente precisa e affidabile. Non lasciava nulla al caso. Da tempo aveva realizzato un perfetto studio di registrazione in casa, in cui era in grado di realizzare dei provini completi dei suoi pezzi e dei suoi arrangiamenti.
Così i nuovi arrangiamenti rock dei canti partigiani arrivavano perfettamente definiti nelle varie parti.
Dire di sì fu un attimo, anche perché aveva pure già coinvolto gente come Cato Senatore, Matteo Pagliardi e Gigi Giancursi. Quest’ultimo abbandonò presto il gruppo, ma non senza aver dato un prezioso contributo di idee di arrangiamento in alcuni pezzi, ad esempio E quei briganti neri in cui suggerì la adattissima sovrapposizione con Out of weekend di Neil Young.
Perché sì, Alberto era molto preciso e le sue proposte di arrangiamento già ricche e convincenti, ma era anche molto aperto. Sicché accettava spesso con entusiasmo le idee che provenivano dagli altri componenti del gruppo. Benché, innegabilmente, il progetto fosse soprattutto suo, non lo vide mai come suo esclusivo, anzi desiderava molto la fattiva partecipazione di ciascuno.
Nel corso del 2019 il progetto fece passi da gigante, con i primi concerti e le registrazioni. Il primo nucleo del coro proveniva dal coro dell’ANPI di Torino, a cui si unirono molti componenti del coro Vocal Excess. Alberto, coadiuvato da Nicoletta Ciari, preparò tutte le parti vocali. In seguito, Roberta Magnetti venne a dirigere il nostro coro, formato da tanti componenti dei suoi Vocal Excess.
Personalmente, ero affascinato da tanti aspetti di questo progetto.
Primo, i canti partigiani, di cui conoscevo in realtà solo i più noti.
Da quelle canzoni traspare una durezza, una violenta vitalità, un sacrificio in cui mi sono immedesimato e che mi ha commosso.
La musica, si sa, possiede queste scorciatoie per l’anima. L’intensità con cui mi sono immedesimato coi partigiani cantando quelle canzoni è stata molto forte. Rischiare la vita, la tortura, condurre vita disagiata, lontani dagli affetti e vicini all’odio per il nemico; la sensazione che anche grazie al loro sacrificio, dopo le prove tornavo a sera trovando cibo caldo e visi amici. Un mondo più francamente duro e violento, più vicino al mondo antico che a quello che viviamo, nonostante gli ancora relativamente pochi anni di distanza.
Quanti di noi sarebbero ancora capaci di rischiare tutto, fino alla propria vita, per fare la Resistenza?
Secondo, il gioco della citazione. Giocare manipolando la materia musicale è il gioco della musica. Le canzoni tradizionali non erano dissimili dalle fiabe che erano composte in moduli narrativi funzionalmente aggregabili come ha scoperto Propp.
Così Alberto ci ha portato in questo gioco a cui abbiamo giocato volentieri, utilizzando con disinvoltura i moduli sonori che hanno costituito la nostra formazione musicale rock.
Operazione che erroneamente potrebbe considerata ‘dissacrante’, ma invece è sempre stata piena di rispetto e amore, anche se con un atteggiamento di appropriazione. Mischiando la nostra attitudine rock con i canti partigiani ottenevamo l’effetto di avvicinarceli, di farli nostri ed offrirli a quelli come noi. Inoltre, il mesh up è una operazione di manipolazione del materiale sonoro che consente invece di demitizzare, demistificare, un concetto a volte eccessivamente autoriale nell’ambito della musica pop, forse alimentato dalle case discografiche.

Terzo. La necessità di suonare, col coro, in modo diverso, diversamente rock. Ho definito ‘scontro’ quello fra gruppo rock e coro, perché tale fu e continua ogni volta ad essere. Chiunque abbia suonato rock sa che si tratta una musica che deve essere suonata con un certo eccesso, una certa aggressività, intensità e volume strettamente legati alla strumentazione elettrica, amplificata. Il coro invece è acustico, delicato.
La combinazione fra coro e gruppo rock è una delle cose più ardue, e richiede un notevole impegno da parte dei coristi che devono cercare di essere più aggressivi del normale, e del gruppo rock che deve suonare con minore volume senza sacrificare l’intensità.

Con Alberto preparai a fine 2019 anche un progetto per la realizzazione di spettacoli con le canzoni degli Achtung! Banditen intervallate da brani recitati da attori, direttamente nei luoghi della Resistenza, pure in montagna, nelle valli, nei luoghi delle battaglie e degli eccidi. Ci affascinava l’idea di riscoprire e suonare negli stessi spazi della Resistenza, sconfinare dai luoghi soliti dello spettacolo, oltre che dai generi e dagli assetti musicali. Ecco che quando parlavo di “geografia” nel titolo non scherzavo. La Resistenza offre un concreto esempio di come la “storia” e la “geografia” siano inestricabilmente legati.
Ritrovare i luoghi della Resistenza è uno dei modi, forse il modo migliore, di riproporre quella memoria in maniera vitale. La pandemia fermò tutti questi progetti di spettacolo, ma non la determinazione di Alberto di portare a termine le registrazioni dei brani.
Alberto con Roberta Magnetti, Roberta Bacciolo e Paolo Serazzi, registrò tutte le voci guida per il coro e procurò l’inserimento su tre brani della sezione fiati composta da Paolo Parpaglione, Giotto Napolitano e Enrico Allavena, sezione fiati dei Blue Beaters e della band di In Da Funk, mentre io mi attrezzavo per registrare a casa mia le mie parti di tastiera, spronato da Alberto, prodigo di assistenza e consigli.

Inutile dire che Alberto era insostituibile. Aveva portato quasi a termine il suo progetto.
Quasi. Con lui credo che il lavoro finito sarebbe già stato nelle nostre mani. Per completare l’ultimo tratto del percorso occorreva sostituire, oltre che l’amico, il chitarrista, l’ideatore, l’arrangiatore, l’organizzatore, il produttore, l’allenatore, il motivatore, il web master, l’anima del gruppo.
Un po’ troppo, ma fortunatamente il percorso era già tratteggiato, indirizzato su chiari binari, verso quello che avrebbe voluto fin dall’inizio: realizzare l’album Achtung! Banditen e presentarlo a Torino nei pressi del luogo che custodisce le storie di Torino del secolo scorso, comprese quelle della Resistenza: il Polo del ’900.
Lo spirito che ci ha accompagnati in quest’ultimo tratto però spero sia sempre lo stesso di prima. È lo spirito di persone che in comune si impegnano per la libertà, la giustizia e la bellezza, con generosità, allegria e determinazione.
Come i Partigiani.
Come Alberto.