di Giuliano Contardo
“I canti della Resistenza nelle scuole? Un argomento così “divisivo” e “politico” a dei ragazzi in formazione? Non ci pare opportuno. Allora a questo punto bisogna pure insegnargli i canti fascisti. Bella Ciao è un canto politico di parte.” Eccetera eccetera eccetera. Quante volte portando i canti popolari e sociali nelle scuole dell’obbligo mi sono sentito porre tali obiezioni da parte di genitori preoccupati o disturbati dall’idea di dover rispondere alle domande e ai dubbi dei figli, e di dover prendere posizione. Quante volte fare un laboratorio di canti popolari nelle scuole dell’obbligo ti porta a toccare quel nervo scoperto che è la paura di affrontare “certi argomenti”, la “par condicio” non scritta per cui ai ragazzi non si parla di fascismo e Resistenza e se si studia la Costituzione la si cala dall’alto, come se non fosse nata dalla lotta antifascista.
Tanto poi affronteranno questi temi “scottanti” se va bene al liceo o all’università, se ci andranno. Col risultato che oggi non conosciamo la nostra storia, non sappiamo più da dove veniamo e di conseguenza non sappiamo più chi siamo. Ma certi conti vanno fatti, certe ferite aperte vanno sanate e disinfettate se si vuole evitare l’infezione. Per cui no, signori genitori, fascismo e lotta di liberazione non sono equiparabili, i morti non sono tutti uguali, fascismo e democrazia non sono opzioni neutre che si equivalgono. Questo va detto e insegnato chiaramente ai ragazzi. Anche con le canzoni. Le nostre paure e l’ignavia degli adulti non devono essere un loro problema. Molti insegnanti coraggiosi lo sanno e non temono di sbilanciarsi e di aprire le loro classi a “esperti esterni” che come me vanno nelle scuole a parlare e cantare di Resistenza.
E infatti i bambini e i ragazzi rispondono e partecipano. Molti di loro arrivano da territori di guerra e povertà dove bombe e morte non sono “storie di un secolo fa” ma realtà quotidiana. Se coinvolti con passione – contestualizzando fatti e avvenimenti – si mettono in gioco con entusiasmo e curiosità, fanno domande, prendono appunti, chiedono dettagli, fanno confronti con la loro esperienza e alla fine si alzano in piedi e cantano con convinta partecipazione, ci mettono cuore testa voce e corpo.

Bella Ciao, I Briganti Neri, Festa d’Aprile, Pietà l’è Morta, Siamo I Ribelli Della Montagna, Fischia Il Vento, Il Battaglion Lucetti, Oltre Il Ponte vengono prima ascoltate in silenzio, poi sbranate e fatte a pezzi con domande e curiosità sui dettagli, infine cantate con convinzione e partecipazione emotiva. In una parola rivivono. Il metodo della trasmissione orale dei canti popolari permette questo: l’immedesimazione fisica con l’oggetto di studio, l’impossessarsi dei contenuti, il vivere la Storia. Così come io imparai questi canti da bambino attraverso mio padre, oggi li passo e trasmetto ad altri bambini con lo stesso entusiasmo e la stessa emozione che aveva lui cantandomeli. In questo modo si produce energia, i canti ritrovano la funzione e lo scopo per cui erano nati, ci fanno alzare in piedi e partecipare, ci fanno muovere, ci costringono a scegliere e prendere posizione, per non dimenticare come sono andate le cose.
A ben pensarci è lo stesso procedimento che Alberto Lalli ha attuato col suo progetto Achtung! Banditen: dare nuove gambe a un patrimonio di Storia e di Libertà che abbiamo ereditato e che dobbiamo difendere e riconquistare ogni giorno sul campo.