Festa d’aprile, e non solo

di Claudio Panella


Poche figure come quella di Franco Antonicelli incarnano il legame di continuità tra l’antifascismo praticato nel ventennio del fascismo cosiddetto “storico” e quello trasmesso alle generazioni successive con ogni mezzo, compresa la canzone. Durante il regime, Antonicelli finì in carcere una prima volta per aver firmato la lettera che solidarizzava con Croce dopo gli attacchi subiti per le sue posizioni critiche sui Patti Lateranensi, nel 1929.Poi, venne accusato di far parte del gruppo torinese di Giustizia e Libertà e costretto al confino nella cittadina campana di Agropoli, dall’estate del 1935 alla primavera del 1936. Proprio a quest’epoca risalgono le prime testimonianze di una sua attenzione per la canzone popolare, come scrisse, tra l’altro, ad Anita Rho: “Raccolgo in questi giorni canzoncine, proverbi, filastrocche dialettali. Mi presentano vecchie e altra gente che ancora conosce a mente centinaia di «canzoni alla cilentana», che si cantano sulla chitarra battente”. Dal novembre 1943 al febbraio 1944, quando operava in clandestinità a Roma, Antonicelli è poi imprigionato a Regina Coeli dove scrive versi ed è l’ultimo a vedere vivo l’amico Leone Ginzburg che in carcere teneva lezioni sulla letteratura russa. Trasferito nel carcere di Castelfranco Emilia, riuscito in seguito a liberarsi, diverrà presidente del CLN piemontese. Nel 1944-45 opera nel biellese l’emittente partigiana Radio Libertà, sulle cui frequenze si alternano bollettini di guerra e stornelli popolari. 

Franco Antonicelli

È a partire da questi, che l’orecchio allenato di Antonicelli compone la canzone Festa d’aprile, musicata poi con Sergio Liberovici e datata 1948, eseguita anche da Giovanna Daffini e da Giovanna Marini. Non è dunque un caso se il 3 maggio 1958, Antonicelli consente al Cantacronache di Liberovici e Straniero di esordire nella sala dell’Unione culturale, di cui è presidente dal 1946, con lo spettacolo dal titolo 13 canzoni 13, “accolte con frenetici applausi” (come scrive sul suo diario). A presentarlo è lui stesso, con Fortini, Calvino e il nucleo fondatore del gruppo, per cui scrive anche i testi di copertina di alcuni album oltre a brani come Canto del bastone, musica di Amodei, e Lungo i fiumi, ancora con Liberovici. D’altronde, il raffinato bibliofilo che scrisse un’opera musicata da Giorgio Federico Ghedini, già primo editore di Se questo è un uomo di Levi e futuro Senatore della Repubblica, annoverava tra le sue passioni anche Boris Vian e fu lui il primo a presentare alla radio italiana le canzoni dell’esordiente Joan Baez, come ricorda la figlia Patrizia che l’aiutò traducendogliele dall’inglese.

Nei primi anni Sessanta, quando il fascismo mai debellato sembra rialzare la testa, ecco che Antonicelli s’impegna nella stesura del suo unico testo teatrale, che riprende con il titolo Festa grande di aprile. Rappresentazione popolare in due tempi la sua canzone più nota per narrare la lunga storia della Liberazione. Edito da Einaudi, il testo è musicato proprio con Liberovici e portato in scena per la prima volta nella stagione 1964-65 da Maurizio Scaparro. Ma l’opera è rimessa in scena ancora oggi, così come Festa d’aprile risuona sempre indimenticabile in ogni suo arrangiamento.