di Carlo Pestelli
Le diverse varianti, le reinterpretazioni e anche qualche abuso, hanno trasformato Bella ciao in un rituale canoro saldamente ancorato al tempo presente. Il successo della canzone, proprio perché non accenna a diminuire, può anche far presagire a un’espansione ancora maggiore: non solo perché le traduzioni aumentano, ormai ne sono censite quasi cinquanta, ma perché è bastato vedere quanto e come la serie di Netflix Casa de papel abbia fatto da cassa di risonanza internazionale, con l’ormai familiare personaggio del professore che canta la canzone brindando alla sua mirabolante impresa antibancaria.
La canzone, per molti giovanissimi di ogni dove, è così diventata un tutt’uno con il successo insperato di quella serie e con il volto del professore. Ma cambiamo scenario: due anni fa, per tornare alla realtà e precisamente al 20 maggio 2020, Bella ciao risuonava inaspettatamente dai minareti di Smirne. Più di sessanta moschee venivano boicottate, in pieno giorno, nella terza città della Turchia per numero di abitanti e nessuno ha mai rivendicato l’atto. Noi occidentali non ne sapremmo niente, se non che passava di lì una semplice cittadina che riprendeva con il telefonino e postava il tutto sulla sua pagina di Facebook. Conseguenze disastrose per l’internauta che è stata prima arrestata e poi trattenuta per tre giorni dagli sgherri di Erdogan. Insomma, Bella ciao può davvero dare così fastidio? E non solo a qualche locale assessore del centrodestra? Pare di sì. Forse perché è troppo addomesticabile, troppo musicale, orecchiabile e formidabilmente antiretorica.

Bella ciao è più che mai un piccolo bene immateriale che agisce sulla coscienza come qualcosa che arriva da lontano, quasi a segnare il confine tra il buio della guerra e una nuova primavera dei popoli: un’elegia del presente che è anche conquista esistenziale e costante reviviscenza della storia.
Ma Bella ciao è anche l’archetipo di un piccolo e modernissimo capolavoro della storia orale: se è vero che la storia la fanno i vinti, anche se quasi sempre la scrivono i vincitori, facciamoci bastare il fatto che attraverso l’incessante trasmissione orale di ritmi, canti e stornelli, una coralità multiforme di sconfitti, di gente ai margini, dall’amante del condannato di Fior di tomba, canto matrice per il testo di Bella ciao, fin su alle mondine curve sul riso, oltre che ai partigiani francesi, spagnoli, slavi e italiani alla macchia, appunto una grande coralità ha finalmente modellato una canzone moderna e antica allo stesso tempo, datata, certamente, eppure ancora attualissima proprio perché insistentemente riattualizzata. Gli esempi di Netflix e di Smirne stanno a dimostrare che a canzoni non si faranno rivoluzioni, è vero, ma che se le rivoluzioni, oltre a parole d’ordine e vessilli, hanno bisogno di canzoni, ce n’è una la cui storia arriva da lontano e che anche molto lontano da dove è nata, continua ad aggregare popoli, a coronare proteste e soprattutto a identificare le persone con la libertà.