di Vincenzo Santangelo
L’idea era solo apparentemente semplice: riarrangiare canti partigiani mettendo a confronto una formazione rock col più tradizionale coro che esegue le parti cantate. Aveva cominciato a prendere forma verso la fine del 2018, voluta e alimentata da Alberto Lalli incredibilmente scomparso nel marzo dello scorso anno. Lo scopo, anche questo apparentemente semplice, era quello di trasmettere alle nuove generazioni, in una fase segnata da nuove forme di autoritarismo, nazionalismo e razzismo, “ridare attualità, freschezza e godibilità a questo patrimonio politico, culturale e ai suoi valori che occorre mantenere vivi”. Dopo la sua dipartita quel progetto aveva continuato a vivere e oggi è giunto al termine, con la pubblicazione di questo CD/Libro contenente 14 tracce di canti della Resistenza riproposti, appunto, in chiave rock.
Ma il progetto di Alberto ha già dei precedenti e per certi aspetti non è neppure nuovo. Il richiamo a Achtung! Banditen rimanda inevitabilmente al film di Carlo Lizzani, del 1951, tanto noto quanto poco conosciuto oggi dai più. Così come non esattamente nuova è la sua declinazione in chiave politica. Rock e politica, infatti, hanno ormai una loro più o meno precisa collocazione. Inevitabile citare l’esperienza del gruppo dei “Cantacronache”, per la loro posizione politico – musicale, ma anche per i richiami alle tracce, così come altrettanto scontato è quello a “Bella ciao”, dei Modena City Ramblers, proposta in versione folk-rock negli anni Novanta dell’altro secolo. In realtà, più che ai Cantacronache o agli MCR, per capire meglio il progetto di Alberto Lalli, bisognerebbe rivolgere l’attenzione al gruppo degli Stormy Six, già attivo dalla metà degli anni Sessanta del Novecento, tra i primi gruppi ad aver coniugato il progressive rock con la politica. Ma tra i loro riferimenti musicali, vi erano, inoltre, e non a caso, anche nomi come quelli di Mikīs Theodōrakīs e di Woody Guthrie, oltre a quello di Fausto Amodei, tra i principali animatori proprio dei Cantacronache. Gli anni Settanta, che sono quelli della gioventù di Alberto, ma anche i miei, segnano da questo punto di vista, l’affermazione prima in campo nazionale e poi internazionale degli Stormi Six. Ma sono anche quelli in cui il gruppo incide alcune delle canzoni che li renderanno famosi: due su tutte; Stalingrado e Dante Di Nanni, che facevano parte di un progetto di canzoni politiche dedicate alla Resistenza.

L’originalità del gruppo, tuttavia, è riscontrabile non solo per la loro differenziazione dalla canzone politica più in generale, ma soprattutto per aver cercato vie proprie e nuove, relativamente alla promozione del prodotto musicale. Gli album si venderanno oltre che attraverso i canali tradizionali, soprattutto durante lo svolgimento dei concerti, all’interno delle manifestazioni politiche o nelle librerie. Inoltre, l‘attività musicale del gruppo sarà particolarmente attiva in luoghi sino ad allora inusuali e poco congeniali ai fini della popolarità: dalle manifestazioni politiche, appunto, alle scuole e alle fabbriche occupate, così come dalle feste de L’Unità alle prime radio libere, destinate in breve tempo a costituire uno tra i principali canali della controinformazione.
Non è per niente difficile, allora, riconoscere nel progetto di Alberto una continuità con quell’ esperienza musicale, su più versanti. Se ne possono individuare almeno quattro. L’utilizzo della musica rock innestata sui più tradizionali canti partigiani, il fine politico – culturale rivolto alle giovani generazioni, e non solo a loro, i luoghi non comuni attraverso i quali far conoscere la propria produzione musicale, i canali dell’autoproduzione: i concerti o le manifestazioni politiche per gli Stormy Six, il crowfunding, sorta di finanziamento collettivo tra persone che utilizzano il proprio denaro per finanziare progetti di singoli o collettivi, proprio di questo progetto.
Ma c’è di più. E questo di più riguarda non solo la trasmissione dei valori tra generazioni diverse, ma, nel caso di Alberto, anche familiare. Ho conosciuto personalmente i Lalli, Enzo, il padre, e Alberto, il figlio. E come tutti quelli che li hanno conosciuti sanno del loro rapporto “complicato”. L’uno, figlio della Resistenza, l’altro di quella che forse può essere definita l’ultima generazione “politica”, quella del 77. Che aveva messo in discussione, per certi versi, le principali coordinate di quelle precedenti, della Resistenza come del 68: il lavoro, i partiti di massa, le organizzazioni sindacali e via discorrendo. La distanza, dunque, tra i due non era solo anagrafica ma di sostanza. Eppure, su un terreno c’era intesa: l’amore per la musica. E il progetto di Alberto, io credo con sua grande consapevolezza, avrebbe recuperato, ponendosi su quella scia, la lezione del padre. A leggerle ora, le tracce indicate da Alberto per il suo Achtung Banditen sono, con delle aggiunte, ovviamente, le stesse dei Canti Partigiani riletti alla luce della contaminazione musicale rock. Quei canti erano ispirati alla più antica tradizione popolare ma anche dalle lunghe marce in montagna, dalla guerriglia militare, dalle lunghe pause invernali durante i momenti di tregua. Non di rado, inoltre, avevano subito successive modificazioni, dovute anche al tipo di formazione alle quali si apparteneva e ai luoghi in cui si operava.

Nella più parte dei casi si trattava di vecchie canzoni alpine, montanare, o di ispirazione politica anarchica. É il caso di “Avanti siam ribelli”, canto libertario che i vecchi antifascisti cantavano a quelli più giovani. O di “Fischia il vento”, sull’aria della canzone russa Katiuscia, che s’impose nel dopoguerra come canto della resistenza. O ancora, come “Pietà l’è morta” canto dei partigiani GL cuneesi, il cui testo era stato scritto da Nuto Revelli sull’aria di “Sul ponte di Perati”. Queste canzoni, insieme ad altre, come “Figli di nessuno”, “Avanti siam ribelli”, furono selezionate sull’onda delle lotte operaie e antifasciste della fine degli anni Cinquanta e raccolte nei Canti Partigiani. A introdurli era Roberto Leydi mentre ad eseguirli Sandra Mantovani, con Michele L. Straniero e Fausto Amodei (ancora Cantacronache), e dal Coro del Circolo musicale “Arturo Toscanini diretto dal maestro Enrico Lini. Per la cura di Enzo Lalli. Proprio lui, il papà di Alberto.
E dunque, vederli ora confluire nel progetto di Alberto, Achtung! Banditen, non può non richiamare alla mente una linea sottile, un fil rouge sotterraneo che tiene insieme i due, nella loro diversità. In un contesto musicale e politico situabile tra tradizione e innovazione, e in un altro di carattere più privato, familiare: tra padre e figlio.